World Economic Forum, il digitale trainerà gli altri settori

L’industria delle telecomunicazioni sarà il trampolino di lancio per lo sviluppo, su scala mondiale, di tantissimi altri settori in ambito manifatturiero. La trasformazione digitale, lo sviluppo delle nuove tecnologie, tutto questo è solo il primo passo verso un cambiamento che coinvolgerà molti altri settori. A fornire questa prospettiva è l’indagine realizzata da Accenture e dal World Economic Forum (WEF), nell’ambito del loro progetto Digital Trasformation Initative (DTI), progetto che ha come obiettivo lo studio delle opportunità e dello stato di digitalizzazione del business e delle società.

I 4 pilastri dello studio

Oltre al calcolo delle opportunità, questo ha come obiettivo l’individuazione delle problematiche del settore. La velocità con cui si muove il contesto digitale, obbliga le imprese ad accelerare la loro capacità di adeguarsi modificando e svecchiando le loro infrastrutture e politiche industriali per non perdere opportunità importanti. Per Accenture ci sono quattro aspetti fondamentali che le imprese di telecomunicazioni non possono non seguire lungo questo percorso. In primis lo sviluppo delle reti; poi la creazione di nuovi modelli di business connessi al digitale; la ridefinizione della customer experience, offrendo a questo esperienze digitali sempre più personalizzate; infine la massimizzazione delle potenzialità offerte dalle più nuove tecnologie.   

Un giro d’affari dalle enormi potenzialità

Si calcola che nel decennio 2016-2025 il settore delle telecomunicazioni sarebbe in grado di generare, a livello mondiale, ricavi per oltre 1200 miliardi di dollari, con un beneficio di oltre 800 miliardi di dollari per i consumatori. Non bastassero questi numeri, lo studio ha calcolato che potrebbero essere oltre 10 trilioni di dollari i vantaggi in ambito tecnologico per le cinque grandi imprese di questo mercato: retail, automotive, utilities, logistica e media entertainment, con 20 milioni di posti di lavoro entro il 2020.

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Cyber sicurezza: l’Italia spende troppo poco

Forse in molti non lo sanno oppure non immaginano che un paese come l’Italia sia vittima di cybercrime, ma secondo il Rapporto Italia 2017, stilato dall’Istituto di studi politici, economici e sociali (EURISPES), il cybercrime costa alle aziende italiane 9 miliardi di euro l’anno. I settori più colpiti sono il mondo dell’informazione e quello del gioco: le piattaforme di blogging e gaming nel 2015 hanno visto gli attacchi aumentare del 79% rispetto all’anno precedente. Seguono poi gli attacchi alle automobili dotate di sistemi di connessione, + 67% e il settore ricerca e innovazione che fa registrare un aumento del 50%.

In cima alla classifica dei crimini più commessi il furto dei dati personali (20%), la reputazione aziendale (17%), furti di denaro (11,5%), furto d’identità (7,5%) e di dati dei dipendenti (6,5%). Attacchi che vengono spesso scoperti in ritardo, causando non pochi problemi a privati e aziende. Nonostante questo però solo il 19% delle aziende ha attivato dei piani sicurezza. Nel 2015 sono stati spesi circa 300 milioni di euro in tecnologia e software per fronteggiare questi attacchi. Una spesa molto esigua che secondo i calcoli dovrebbe aumentare solo del 2% da qui al 2018.

Molte le aziende che preferiscono non investire in sicurezza rischiando un danno economico di gran lunga più caro di quello di un eventuale spesa. Nel 2015 le aziende italiane hanno subito, a causa di attacchi informatici, un danno medio di trentacinque mila euro. Le aziende italiane, secondo un rapporto di Accenture, spendono in media, in cyber sicurezza, solo l’8,4% del loro budget. Il 60% delle aziende nostrane riserva questa spesa esclusivamente a progetti che secondo i piani aziendali hanno priorità, un comportamento in controtendenza con il resto del mondo che spende il proprio budget, nel 62% dei casi, per il comparto sicurezza in generale e il 44% al supporto di nuove iniziative di business.