Rapporto industria 4.0 in Italia

Qual è la tendenza più recente in Italia in relazione a ciò che viene definito industria 4.0?

Alcuni dati importanti provengono dall’Osservatorio della School of Management del Politecnico di Milano. Da poco è  stata pubblicato la quarta edizione (2016 e 2017) del rapporto che analizza l’implementazione di soluzioni IT, automazione e connessione, nelle aziende del nostro paese che usufruiscono dei vantaggi del Piano Nazionale Industria 4.0 (iniziativa governativa del settembre 2016). La ricerca ha coinvolto 241 aziende manifatturiere nel nostro paese.

Rispetto al 2015 c’è stata una crescita del 25% del mercato complessivo. Per il 2017 si attende un risultato finale del + 30%. In parole semplici e chiare questo vuol dire che, se le attese saranno confermate, ci sarà una crescita degli investimenti molto importante per la trasformazione digitale nell’arco di due anni. Questo consentirà inoltre di recuperare il gap che finora ha caratterizzato la nostra posizione in questo campo rispetto ai paesi più avanti negli investimenti tecnologici.

Il rapporto evidenzia che ormai le possibilità offerte dal Piano Nazionale Industria 4.0 sono sconosciute solo all’8% delle PMI, mentre il 61% sta adottando misure per adeguare le proprie aziende agli standard tecnologici più avanzati. Complessivamente il 63% del mercato di Industria 4.0 è legato a progetti di connettività e Industrial Internet of Things, il 20% a progetti di Industrial Analytics, il 9% di Cloud Manufacturing e l’8% a progetti di Advanced Automation.

Un dato importante emerso dallo studio è che la trasformazione tecnologica in corso porterà dei benefici anche in termini occupazionali oltre che per la competitività ed efficienza complessiva del nostro tessuto industriale. Gli imprenditori intervistati prevedono nuove assunzioni per figure che sappiano gestire il rapporto tra il capitale umano già impegnato e le nuove tecnologie e per altre che si occupino in maniera qualificata di sicurezza informatica.

SEMATEC è un’azienda di Servizi di Consulenza & Ingegneria in materia di Telecomunicazioni e ICT. Siamo specializzati nella commercializzazione, progettazione, installazione e messa in esercizio di soluzioni tecnologiche IT ad alto valore, che puntano a innovare i processi aziendali. Per saperne di più contattaci al +39 0823 469379 o scrivi a info@sematec.it.

Italia, sempre di più tra le “nuvole”: +27% per i servizi in cloud

Il mercato del cloud continua a crescere a grandi ritmi in tutto il mondo e anche in Italia. In linea con i dati internazionali, secondo un’analisi dell’Osservatorio Cloud Ict as a Service, School of Management del Politecnico di Milano, anche nel nostro Paese il cloud, con le sue due componenti,  public cloud e cloud enabling infrastructure, ha ottenuto nello scorso anno una crescita di circa il 18% per una somma di 1,77 miliardi di euro. Analizzate separatamente invece, il public cloud ha fatto riscontrare una crescita del 27% per un valore di 587 milioni di euro; mentre la cloud enabling infrastructure, ossia gli investimenti per creare le condizioni tecnologiche che rendono possibile l’utilizzo del cloud, ha fatto segnare un +14% con 1,185 miliardi di euro.

Tutto questo crea una solida base per lo sviluppo di settori come i big data analytic e l’internet of things, anche questi sempre più in espansione in Italia.  

QUALI SETTORI USANO DI PIU’ IL CLOUD

La ricerca ha preso in esame i dati forniti aziende di diversi tipi e dimensioni su tutto il territorio.

Quello manifatturiero, con una fetta di mercato del 23%, rappresenta il settore in cui la spesa in public cloud computing è più alta. Si spende soprattutto per la gestione del processo di distribuzione dei trasporti e dei portali di e-commerce. Al secondo posto, con il 21%, c’è il settore bancario che impiega il cloud in ambito di ottimizzazione dei prezzi di strumenti finanziari, nell’e-learning, per le piattaforme di calcolo e i big data analytics. Telecomunicazioni e media sono sul terzo gradino del podio con il 14% e un utilizzo del cloud basato sui servizi di streaming video, gestione dell’advertising e delle infrastrutture.

Dietro in classifica ci sono invece il settore GDO e retail e la PA nella sanità pubblica, tutti al 9% e subito dopo le assicurazioni con il 5%.

Dall’analisi emerge che maggiore è il numero di dipendenti nell’azienda, più alta è la percentuale di utilizzo dei servizi di public cloud. Nelle imprese con un numero d’impiegati tra 10 e 49 la percentuale di utilizzo raggiunge il 20%; in quelle tra 49 e 250 si sale al 30%.

Discorso simile per quanto riguarda l’area geografica. Le aziende del Nord Ovest spendono un budget maggiore in IT rispetto a tutte le altre dell’intera Penisola.

LE ESIGENZE DEL MERCATO E LE PAURE

I CIO, direttori informatici, delle aziende interpellate, sono concordi nell’affermare che lo sviluppo del public cloud è un elemento fondamentale per rispondere velocemente alle richieste del mercato e dei clienti: l’89% è convinto che li aiuterà a sviluppare nuovi servizi, l’88% che saranno abbassati i costi dell’IT, l’86% che si potrà ampliare il supporto informativo e l’82% che ciò renderà possibile lo sviluppo di nuovi ambiti digitali.

Privacy (38%), con la paura sulla gestione dei dati e costi (31%) sono invece i problemi principali da dover affrontare in questo percorso. Solo il 5% delle aziende interpellate nell’indagine, un dato molto basso, ha già trasportato la maggior parte delle proprie applicazioni in cloud.

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Sim, città e case: aumenta il numero dei dispositivi online

Secondo i dati diffusi dell’Osservatorio sulle comunicazioni nel suo rapporto annuo, il numero delle persone connesse alla rete, soprattutto da smartphone, è in costante aumento.
Il rapporto, reso pubblico nel dicembre 2016, mette in evidenza come il numero delle tradizionali sim (voce + dati) si è ridotto di 2,2 milioni di unità mentre è cresciuto quello delle sim M2M (machine to machine) che ha fatto registrare un +2,6 milioni. Negli ultimi cinque anni le sim machine to machine sono più che raddoppiate, passando da 4,9 milioni a 11,4 milioni.
A far segnare il maggiore aumento però sono le sim con accesso a internet. Queste sono stimate in oltre 53 milioni di pezzi (più di una testa per ogni abitante italiano), con un aumento del 9,7% solo nel 2016. Dal 2012 a oggi invece sono passate dal 28,6% al 54,5% del numero complessivo di quelle diffuse. Un dato che va di pari passo con quello degli utenti che si connette a internet attraverso smartphone. Questi sono il 42,1% degli utenti totali con il 29% che usa i servizi di cloud per salvare documenti e file.
Leader nel settore delle sim con accesso a internet resta Tim, con una quota di mercato superiore al 30%.

NON SOLO SMARTPHONE

A essere connessi però non solo le persone ma anche gli oggetti. Il cosiddetto Internet of Things continua ad aumentare il suo fatturato che si aggira oggi intorno ai 2 miliardi di euro. L’ultimo rapporto del 2016 mostra una crescita esponenziale di questo tipo di mercato: +30% rispetto al 2014. Dalle auto private ai mezzi pubblici, dall’illuminazione stradale alle telecamere di sorveglianza, il numero delle città e della case connesse continua ad aumentare facendo immaginare la creazione di un nuovo punto di contatto tra le grandi aziende, le amministrazioni e il cittadino comune.

La Regione Campania premiata per Agenda Digitale

La Regione Campania ha ottenuto un riconoscimento nell’ambito del Premio Agende Digitali regionali 2016 grazie a I.Ter, la piattaforma Cloud, Open Source e Open Data, riconosciuta tra i progetti più avanzati a livello nazionale. Il progetto I.Ter consente la completa digitalizzazione dei procedimenti amministrativi relativi al governo e al controllo del territorio. All’avanguardia a livello nazionale, ha un Sistema di Supporto alle Decisioni (DSS) che permette, attraverso un “cruscotto direzionale”, di percepire e rappresentare i fenomeni con grafici e cartografie, correlandoli tra loro e verificandone l’andamento: uno strumento al servizio di chi, a livello amministrativo e politico, è chiamato a definire strategie di governo e sviluppo del territorio. La piattaforma è stata realizzata da AlmavivA, in partnership con Trilogis e Planetek.

Un progetto strategico per una visione d’insieme

Il progetto consente inoltre di monitorare in una visione d’insieme il processo di raccolta dei rifiuti, di correlare le analisi epidemiologiche rilevate dalle Asl con i dati della rete idrica, fornendo alle autorità competenti informazioni sui fenomeni osservati. Inoltre, comunica con i Sistemi della Protezione civile per prevenire il dissesto idrogeologico o per attenzionare le aree a rischio sismico; raccoglie ed elabora elementi utili a diverse attività economiche, dall’ambito Turistico a quello manifatturiero fino al trasporto delle merci. I.Ter ha un Data Hub, come unico punto di accesso, di aggregazione ed elaborazione di tutte le banche dati degli Uffici ed Enti regionali, “georeferenziate” sulla nuova infrastruttura Cloud Regionale, che mette a disposizione in modalità Open Source e Open Data.

Una app e una piattaforma innovativa

La soluzione è accessibile in mobilità tramite App, anche con visualizzazione tridimensionale (3D) interattiva grazie a un’innovativa piattaforma tecnologica open source Geo-Platform, realizzata da ricercatori dell’IMAA-CNR. La piattaforma è sviluppata sul modello Software as a Service (SaaS) e consente a tutti gli utenti regionali di configurare in autonomia, on line e in funzione delle proprie esigenze, le ricerche basate su criteri di tipo geografico. Grazie alla sua componente “Social”, abilita un nuovo concetto di “Conferenza dei Servizi”, per la semplificazione delle attività tra amministrazioni diverse e il contenimento dei costi.

Digitale e cloud, bene i dati del primo semestre 2016

Il mercato del digitale fa segnare un + 1,2% su base annua nel primo semestre e, dopo anni di flessione, nel 2016 torna a crescere. È la fotografia che emerge da una ricerca realizzata da Assinform, l’associazione confindustriale che riunisce le aziende dell’information technology, in collaborazione con Netconsulting Cube.

Cloud trainante per la crescita

Sebbene recuperare i ritardi accumulati dall’Italia negli anni scorsi possa apparire una sfida quasi impossibile, alla quale rispondere con politiche di sviluppo più incisive, restano i buoni segnali fatti registrare dal primo semestre dell’anno. A trainare sono stati i settori più legati alla trasformazione digitale dei modelli produttivi e di servizio. I servizi di rete hanno segnato il passo (-2,2%), ma a fronte di una crescita di contenuti e pubblicità digitale (+9%), servizi let (+2%) e ancora di più software e soluzioni (4,8%). In questo quadro, una particolare attenzione va a cloud e lot, che crescono rispettivamente del +29% (a 699,6 milioni) e del +164% (a 815 milioni). Miglioramento anche per le app (+7,1% a 2 miliardi).

In calo i servizi tradizionali

Alla crescita hanno contribuito tutti i comparti, tranne, i servizi di rete: servizi ict a 5.198,5 milioni (+ 2%); software e soluzioni ict a 2.863 milioni (+4,8%); dispositivi e sistemi a 8.355 milioni (+1%), contenuti digitali e digitai advertising a 3.816 milioni (+9%). tiene il comparto dei dispositivi, grazie soprattutto agli smartphone (1.570 milioni, +9,8%). Cala la componente Pc (-8% in volumi), ma non nella fascia dei Pc server, che anzi sono cresciuti, sempre in volumi, del 10,3%, a riprova del continuo potenziamento dei data center.

Santoni, Assinform: “Imprimere svolta con Agenda digitale”

Se analizziamo i dati vediamo settori del business digitale che crescono a doppia cifra, a fronte di un business tradizionale che diminuisce. A questo punto è importante mettere una marcia in più nell’attuazione dell’Agenda digitale, a partire da Spid e Italia Login” Così commenta Agostino Santoni, presidente di Assinform.

Cybersecurity, mancano esperti per difesa da attacchi digitali

Nel mondo manca personale qualificato ed esperto in cybersecurity. La sicurezza di dati e informazioni da mettere al riparo da attacchi di hacker sta diventando sempre più importante nelle economie di istituzioni e imprese. A rivelarlo è un report commissionato da Intel Security e CSIS, il Center for Strategic and International Studies e condotto da Vanson Bourne. L’indagine ha coinvolto complessivamente 775 responsabili delle decisioni IT operanti in organizzazioni con almeno 500 dipendenti, nei settori pubblico e privato. Anche grazie ai quattro i parametri presi in considerazione, (capacità di spesa in cybersecurity, istruzione e formazione, dinamiche aziendali e risposte fornite dal pubblico), ad emergere è l’incremento della spesa in strumenti e servizi per garantire la sicurezza informatica.

A caccia di expertise contro gli hacker

Tuttavia, a fronte di ciò, l’82% degli intervistati ammette una carenza di competenze in sicurezza informatica cui va ascritta, secondo un ulteriore 71%, la responsabilità di danni concreti e misurabili alle imprese, come perdita di dati riservati e proprietà intellettuale, che per la mancanza di talenti diventano bersagli più appetibili per gli hacker. Cloud, mobile computing, Internet of Things, così come attacchi mirati avanzati e cyber-terrorismo impongono la necessità di personale formato con solide competenze in sicurezza informatica a fronte della quale, però, gli intervistati nello studio di Intel Security e CSIS prevedono, in media, che tra oggi e il 2020 il 15% delle posizioni di sicurezza informatica nelle loro aziende rimarrà scoperto.

Via a nuovi modelli formativi nel settore IT

Emerge quindi la necessità di far fronte a questa crisi promuovendo nuovi modelli di apprendimento, accelerando la disponibilità di opportunità di formazione e fornendo soluzioni sempre più automatizzate affinché i talenti possano essere impiegati al meglio. Oltre allo stipendio, inoltre, altri incentivi sono importanti sia nel reclutamento sia quando si tratta di trattenere i talenti migliori, tra cui la formazione, le opportunità di crescita e la reputazione del dipartimento IT del datore di lavoro. Non a caso, quasi la metà degli intervistati cita la mancanza di formazione, o di programmi di qualificazione professionale, tra le ragioni più diffuse per la fuoriuscita dei talenti. 

Ue, in arrivo le nuove norme contro il cyberterrorismo

I fornitori di servizi digitali, come i motori di ricerca e i servizi di cloud computing, insieme con le compagnie fornitrici di servizi essenziali (sanità, trasporti, energia, banche etc.), dovranno migliorare le lor difese contro gli attacchi informatici. È quanto stabilito dalle prime norme UE in materia di sicurezza informatica, approvate in via definitiva dal Parlamento europeo. Secondo gli eurodeputati, la definizione di standard comuni di sicurezza informatica e il rafforzamento della cooperazione tra i paesi dell’UE aiuterà le imprese a proteggere se stesse e a prevenire gli attacchi alle infrastrutture dei paesi dell’Unione Europea.

Schwab: “Sicurezza informatica per tutelare i paesi membri”

“Gli incidenti in ambito di sicurezza informatica presentano molto spesso una caratteristica transfrontaliera e, quindi, riguardano più di uno Stato membro dell’Unione Europea. Una protezione informatica frammentata rende tutti noi vulnerabili e rappresenta un grande rischio per la sicurezza dell’Europa intera. Questa direttiva stabilirà un livello comune elevato di sicurezza delle reti e dei sistemi informativi nell’Unione e rafforzerà la cooperazione tra gli Stati membri, aiutando a prevenire futuri attacchi informatici a importanti infrastrutture interconnesse in Europa”, ha detto il relatore Andreas Schwab (PPE, DE). La direttiva sulla sicurezza delle reti e dei sistemi informativi nell’UE è “anche uno dei primi quadri legislativi che si applica alle piattaforme. In linea con la strategia del mercato unico digitale, stabilisce i requisiti per le piattaforme online e assicura che possano rispettare tali norme ovunque esse operino nell’UE”, ha aggiunto il relatore. 

Le novità per i fornitori di servizi digitali e cloud computing

Per quanto riguarda in particolare i fornitori di servizi digitali – mercati online, motori di ricerca e servizi di cloud computing – dovranno, oltre ad adottare misure per garantire la sicurezza delle loro infrastrutture, notificare gli incidenti più rilevanti alle autorità nazionali competenti. Le micro e le piccole imprese digitali sono esentate da tali requisiti. Le nuove norme prevedono un “gruppo di cooperazione” per scambiare informazioni fra le autorità nazionali e fornire loro assistenza. Ogni Stato dell’UE dovrà adottare una strategia nazionale sulla sicurezza della rete e dei sistemi informativi. Gli Stati membri dovranno inoltre designare gruppi d’intervento per la sicurezza informatica in caso d’incidenti (CSIRT), che si occupino di trattare incidenti e rischi, discutere sulle problematiche di sicurezza transfrontaliera e identificare risposte coordinate. La direttiva sulla sicurezza delle reti e dei sistemi informativi (NIS) sarà presto pubblicata sulla Gazzetta ufficiale dell’UE ed entrerà in vigore il ventesimo giorno successivo alla sua pubblicazione. Gli Stati membri avranno poi 21 mesi di tempo per recepire la direttiva negli ordinamenti nazionali e sei mesi supplementari per identificare gli operatori dei servizi essenziali.

Gap digitale, all’Italia costa due punti di Pil

Il digital divide costa all’Italia circa 2 punti di prodotto interno lordo e contribuisce alla mancata creazione di circa 700mila posti di lavoro. È quanto emerge dal Forum dell’economia digitale, promosso da Confindustria a Milano, a cui hanno partecipato i principali attori del web e dell’imprenditoria italiana e internazionale. Il tema dello sviluppo dell’imprenditoria digitale, quindi, resta cruciale per la crescita competitiva del nostro Paese.

 

Facebook, attore globale dell’innovazione

 

In tutto il mondo, sono 50 milioni le imprese che utilizzano lo strumento delle pagine Facebook per promuovere prodotti e attività. In Italia, su 30 milioni di utenti internet, 28 sono iscritti al popolare social network e almeno 25 lo utilizzano in versione mobile. Sono alcuni dei numeri di Facebook che, di recente, ha raddoppiato gli uffici della sede di Milano, e che sempre più si consolida come uno dei principali player dell’economia digitale, anche in Italia. “Facebook non è soltanto un luogo per il tempo libero ma un mondo innovativo per la comunicazione delle aziende che in questo modo riescono a farsi conoscere da moltissime persone”, spiega Luca Colombo, country manager di Facebook Italia.

 

Recuperare il divario digitale

 

Secondo i dati diffusi dalla Commissione Europea, il 28% degli italiani non ha mai utilizzato Internet, contro una media europea del 16%. In termini di competenze digitali, sia per quanto riguarda le singole persone, che per quanto concerne le imprese, l’Italia è 24esima su 28, posizionandosi addirittura ultima se guardiamo al dato dell’utilizzo degli strumenti online. Un altro dato significativo è quello riguardante le pmi: solo il 6,5% è attrezzato per la vendita online, contro una media europea del 16%. In Italia, le piccole e medie imprese ottengono in media l’8,2% del proprio fatturato in rete contro una media del 9,4% nella Ue. Se si passa al dato sulle grandi imprese, lo scarto aumenta: 11% del fatturato, contro la media del 24% in Europa. La contaminazione tra imprese e mondo digitale è un’occasione da non perdere le imprese grandi e piccole – sottolinea Marco Gay, numero uno di Confindustria Giovani -. Occorre però anche cercare di colmare quella forbice che ci vede ancora indietro”.

 

L’allarme di Eurostat

 

Grazie alla ricerca “Mapping digital users and skills in Europe”, promossa da Eurostat, emergono ulteriori spunti di riflessioni. Se da un lato, infatti, sui servizi pubblici digitali l’Italia tiene il passo dei migliori performer a livello europeo, dall’altro la diffusione di internet e gli indicatori di connettività sono ancora lontani dalla media europea. Negli ultimi tre mesi, il 66% degli italiani tra i 16 e i 74 anni ha usato internet, contro il 79% della media europea. Semaforo giallo, in particolare, per gli utenti donna e per la fascia di età tra i 55 e i 74 anni, nella quale il dato italiano sconta un -18% rispetto al dato medio europeo. Non va meglio per gli accessi da mobile, con un dato dimezzato rispetto alla media Ue (25% vs 52%). Stando ai dati Eurostat, inoltre, la forbice tra Italia e il resto dell’Unione europea è ancora più ampia nella fascia 25-54 anni, dove il gap sfiora il 35 per cento. E ancora, prosegue la ricerca Eurostat, si intravedono margini di miglioramento anche nella formazione Ict e nel mercato del lavoro: sui 28 Paesi monitorati, l’Italia si piazza solo al 21° posto per laureati in scienze, tecnologie e matematica, trend che si ripete sostanzialmente invariato anche nella presenza, molto ridotta, di specialisti Ict nella forza lavoro (su 100 lavoratori, poco più di due sono riconducibili a questa categoria). Ancora poco utilizzati l’home banking e lo shopping online. Tuttavia, gli italiani si riscattano nell’uso di social network, giochi e video, con livelli di utilizzo in linea o superiori alla media europea. Il trend torna a scendere quando si tratta di relazionarsi con imprese e pubblica amministrazione.

Tecnologia, le parole che gli Italiani fingono di conoscere

Cloud? Emoji? Internet of things? Secondo la ricerca “Samsung Tech Habits”, realizzata nel 2016 dalla multinazionale coreana, gli Italiani, pur utilizzando questi termini, non ne conoscono realmente il significato, nonostante si utilizzi più tecnologia rispetto al passato. Il 59% degli italiani, infatti, dichiara di utilizzare più tecnologia rispetto a due anni fa (al di sopra della media europea, che si attesta intorno al 52%) e il 14% afferma di non riuscire ormai a vivere senza connessione e tecnologia. Tuttavia, questo si traduce nella maggior parte dei casi in una sorta di “dipendenza” dal proprio smartphone o tablet.

Conoscenze digitali, le differenze tra Italia ed Europa

In base ai dati diffusi dalla Samsung, il 40% degli Italiani è estremamente curioso e interessato alle funzionalità proposte dagli smartphone più tecnologici, spesso però si ferma al primo impatto senza sfruttare pienamente applicativi e tecnologie.  Le parole, invece, restano sconosciute ai più: l’88% degli Italiani ha dichiarato infatti di fingere di conoscere termini legati alla tecnologia, senza invece avere idea del loro significato. Tuttavia, scorrendo i risultati dell’indagine realizzata dal colosso coreano viene da chiedersi se per gli Italiani non si ponga un problema concreto di analfabetismo digitale, che non permette loro di sfruttare pienamente le potenzialità delle nuove tecnologie. Circa un terzo degli Italiani, pari al 32%, ha dichiarato che una terminologia poco chiara impedisce di comprendere e utilizzare tutte le funzionalità di un dispositivo (in Europa la percentuale scende al 23%); il 36% dice di possedere almeno un device più avanzato rispetto alle proprie capacità di utilizzo (la percentuale sale invece al 43% a livello europeo), mentre il 7% (l’11% in Europa) avverte di essere in ritardo rispetto alle novità tecnologiche.

I 5 termini meno riconoscibili per gli Italiani

Quali sono le parole che suonano più incomprensibili agli Italiani quando si tratta di tecnologia? Sostanzialmente cinque: cloud, emoji, internet of things, fibra ottica, android. La ricerca “Samsung Tech Habits” ha messo in luce alcune differenze significative tra Italiani ed Europei. Se anche in Europa il termine cloud si conferma come il più “oscuro” nell’ambito tecnologico, dalla seconda posizione in poi emergono alcune distinzioni. In Europa è streaming a risultare poco chiaro, mentre in Italia al secondo posto si piazza emoji. Questo si spiega con la tendenza che vede sempre più Italiani utilizzare servizi di streaming online e contenuti digitali a pagamento. Per quanto riguarda il termine emoji, invece, gli Italiani non associano questa parola di origine giapponese alle “faccine” usate ogni giorno per esprimere le proprie emozioni via chat.

Internet delle cose, questo sconosciuto

Sempre più oggetti nella nostra vita sono interconnessi e ormai parte integrante delle nostre abitudini: dalle app per mettere in moto gli elettrodomestici, alla domotica, fino all’automobile collegata allo smartphone. È l’epoca del cosiddetto “internet delle cose”, eppure la maggior parte degli Italiani ancora non collega questa espressione all’epoca che stiamo vivendo e all’utilizzo che ne facciamo tutti i giorni.