Localizzazione dati, in arrivo le linee guida Ue

Arriverà a gennaio 2017 la linea Ue sui liberi flussi di dati, con una comunicazione dei principi generali, mentre è in calendario per giugno la proposta legislativa vera e propria, per mettere ordine nella selva crescente di legislazioni nazionali dei 28 una diversa dall’altra. Lo ha annunciato il vicepresidente della Commissione Ue al mercato unico digitale Andrus Ansip in un incontro con alcuni media tra cui l’ANSA.

Tutelare le pmi digitali

“È più complicato di quanto pensassi intervenire nel settore”, ha affermato Ansip, “già oggi possiamo vedere come diversi stati in Europa e nel mondo stanno introducendo la loro legislazione”. Nella sola Ue ci sono già una cinquantina di norme differenti in 21 Paesi sulla localizzazione dei dati. La situazione di “mancanza di certezza legale per le imprese e la gente”, quindi, “non è così buona”, ma in arrivo non ci sarà qualcosa di troppo rigido, anche per quanto riguarda il cloud, altrimenti il rischio sarebbe di “uccidere le imprese” nascenti che se ne stanno occupando. Allo stesso tempo, ha ammesso Ansip, “proporre qualcosa di realmente ambizioso che non sarà accettato né dal Parlamento europeo né dagli stati membri non ha senso”.

Italia, crescono i livelli di digitalizzazione

In crescita lo sviluppo digitale in Italia. Sul fronte dell’offerta, grazie a un aumento del 12,7% della copertura, il 4G raggiunge ormai il 90% delle famiglie italiane. Cresce non solo la copertura di connessione veloce mobile: quella della rete fissa in banda ultralarga sale del 7,6%, nonostante ci sia ancora un ritardo rispetto al resto della Ue (-34%). In generale, l’Italia migliora sul fronte dell’offerta digitale ma è ancora distante dalla media europea sul lato della domanda. Sono questi i dati contenuti nel Rapporto annuale dell’Osservatorio sulle Reti e i servizi di nuova generazione (Ores), realizzato dall’Istituto per la Competitività (I-Com).

Siamo ancora in ritardo

L’I-Com ha elaborato il Broadband Index (IBI), un indice per misurare il grado di digitalizzazione nazionale. Dall’analisi emerge ancora un ritardo significativo dell’Italia rispetto alla media Ue. Tuttavia il nostro Paese ha fatto registrare una variazione del punteggio IBI, tra il 2014 e il 2015, pari al 6,5%, quasi il doppio rispetto al tasso medio di crescita della Ue (pari al 3,6%). Quindi, pur essendo ancora molto distante dal tasso di sviluppo digitale dei paesi nordici, l’Italia rientra a pieno titolo tra i cosiddetti paesi fast mover, ossia quelli che, pur partendo da condizioni di ritardo, possono sperare nel giro di 3-5 anni di chiudere il gap, qualora riusciranno a mantenere un livello di crescita significativamente superiore alla media degli altri Paesi.

Buone performance in Calabria e in Campania

I dati sul livello dell’infrastruttura fissa e mobile segnalano inaspettatamente il primato del Meridione. Prima tra le regioni del Sud è la Calabria, dove viene raggiunto oltre il 75% delle abitazioni (il 22% in più rispetto alla media nazionale che si attesta al 52,8%). Segue la Campania (74%), dove si distinguono le aree metropolitane di Napoli e Caserta, e Lazio (64%). La Valle d’Aosta è invece la regione con la minor copertura (solo il 21%), mentre Sardegna, Trentino Alto Adige, Umbria, Abruzzo e Molise registrano una copertura inferiore al 40%. Puglia e Calabria sono le regioni con la quota più ampia di comuni coperti: il 57,8% in Puglia e il 56,2% in Calabria. Per quanto riguarda la presenza dei principali operatori, il rapporto rileva che solo il 39% della popolazione è in grado di scegliere tra più offerte. Per quel che riguarda le città, Roma è tra i primi 5 capoluoghi di regione in termini di diffusione della rete fissa di ultima generazione.

Web, i profili più richiesti in Italia e in Europa

Tra quattro anni, l’Europa avrà bisogno di 900mila esperti con competenze digitali e, secondo una ricerca di recente diffusione, farà molta fatica a reperirli per la mancanza di un adeguato percorso formativo. Una lacuna che si sta ampliando sempre di più: nel 2012 il fabbisogno si attestava infatti a 275mila. In Italia, rimane vacante il 22% delle posizioni aperte nel settore digitale, a causa della mancanza di professionalità adeguatamente formate. Inoltre, nel nostro Paese In Italia i giovani occupati nel settore digitale sono solo il 12%, contro iI 16% della media europea. Una tale carenza ha portato ad un notevole incremento nelle retribuzioni: alcune tra le figure più richieste possono arrivare anche a guadagnare fino a oltre 100mila euro l’anno.

I profili più richiesti

Secondo quanto evidenziato da uno studio diffuso da Talent Garden, sono 10 i profili dei professionisti del digitale maggiormente ambiti dal mercato. I primi cinque sono: user experience director, cioè colui che gestisce l’interazione degli utenti con un prodotto (per esempio lo smartphone) o un servizio per facilitare l’esperienza di utilizzo della tecnologia; director of analitics, un profilo esperto nella lettura e analisi dei dati; chief technology officer, colui che seleziona le tecnologie per i prodotti e i servizi offerti da un’azienda; sviluppatore mobile, che si occupa di applicazioni per smartphone e tablet; big data architect, il professionista che gestisce l’analisi dell’architettura del sito.

Si cercano anche comunicatori e “pr”

Il “catalogo” delle competenze più richieste prosegue con il profilo del web analyst, cioè colui che interpreta i dati e fornisce analisi dettagliate sulle attività del web. E ancora: community manager, a cui vanno le responsabilità di progettare la struttura e coordinare le attività delle comunità virtuali; digital pr, che gestisce le pubbliche relazioni attraverso i canali online; digital advertiser, per la gestione delle campagne pubblicitarie sul web. Infine, il search engine optimization specialist, l’esperto di tecniche per ottimizzare il posizionamento delle aziende sui motori di ricerca.

Cloud, un codice di autoregolamentazione dei principali fornitori europei

Un codice di condotta finalizzato a conservare i dati cloud nell’Unione Europea, senza doverli per forza trasferire in altri continenti, dove non c’è lo stesso livello di tutela della privacy. È il progetto promosso da circa venti fornitori di servizi di cloud computing europei che, in questo modo, si adeguano in anticipo alla normativa in materia definita dall’Ue. Il Cispe (Cloud Infrastructure Services Providers in Europe), di cui fa parte l’azienda italiana Aruba, è il soggetto promotore del documento che garantisce i clienti sulla possibilità di stoccare i dati all’interno del territorio europeo, senza dover correre il pericolo che i dati possano essere utilizzati per altri fini, come ad esempio il marketing.

Divieto di vendita dei dati a terzi

Il codice prevede il divieto di data mining e di profiling, nonché di rivendita dei dati a soggetti terzi. Il beneficio dell’iniziativa è evidente: le stesse regole varranno per tutti i paesi dell’Unione Europea, senza rischiose difformità in materia. Armonizzando le regole, varranno per tutti i fornitori gli stessi principi, tutelando aziende e consumatori.

Nel 2018 entrerà in vigore il nuovo Regolamento Ue

Il Codice stilato dal Cispe anticipa l’entrata in vigore del rigoroso Regolamento Generale europeo per la protezione dei dati, prevista per maggio 2018. Il documento è basato su standard di sicurezza riconosciuti a livello internazionali destinati a migliorare la sicurezza del trattamento dei dati per i clienti che fanno ricorso ai servizi di cloud computing. Il Codice del Cispe è stato elaborato in modo da risultare in linea con il Regolamento Ue che entrerà in vigore nel 2018.

Ue, in arrivo le nuove norme contro il cyberterrorismo

I fornitori di servizi digitali, come i motori di ricerca e i servizi di cloud computing, insieme con le compagnie fornitrici di servizi essenziali (sanità, trasporti, energia, banche etc.), dovranno migliorare le lor difese contro gli attacchi informatici. È quanto stabilito dalle prime norme UE in materia di sicurezza informatica, approvate in via definitiva dal Parlamento europeo. Secondo gli eurodeputati, la definizione di standard comuni di sicurezza informatica e il rafforzamento della cooperazione tra i paesi dell’UE aiuterà le imprese a proteggere se stesse e a prevenire gli attacchi alle infrastrutture dei paesi dell’Unione Europea.

Schwab: “Sicurezza informatica per tutelare i paesi membri”

“Gli incidenti in ambito di sicurezza informatica presentano molto spesso una caratteristica transfrontaliera e, quindi, riguardano più di uno Stato membro dell’Unione Europea. Una protezione informatica frammentata rende tutti noi vulnerabili e rappresenta un grande rischio per la sicurezza dell’Europa intera. Questa direttiva stabilirà un livello comune elevato di sicurezza delle reti e dei sistemi informativi nell’Unione e rafforzerà la cooperazione tra gli Stati membri, aiutando a prevenire futuri attacchi informatici a importanti infrastrutture interconnesse in Europa”, ha detto il relatore Andreas Schwab (PPE, DE). La direttiva sulla sicurezza delle reti e dei sistemi informativi nell’UE è “anche uno dei primi quadri legislativi che si applica alle piattaforme. In linea con la strategia del mercato unico digitale, stabilisce i requisiti per le piattaforme online e assicura che possano rispettare tali norme ovunque esse operino nell’UE”, ha aggiunto il relatore. 

Le novità per i fornitori di servizi digitali e cloud computing

Per quanto riguarda in particolare i fornitori di servizi digitali – mercati online, motori di ricerca e servizi di cloud computing – dovranno, oltre ad adottare misure per garantire la sicurezza delle loro infrastrutture, notificare gli incidenti più rilevanti alle autorità nazionali competenti. Le micro e le piccole imprese digitali sono esentate da tali requisiti. Le nuove norme prevedono un “gruppo di cooperazione” per scambiare informazioni fra le autorità nazionali e fornire loro assistenza. Ogni Stato dell’UE dovrà adottare una strategia nazionale sulla sicurezza della rete e dei sistemi informativi. Gli Stati membri dovranno inoltre designare gruppi d’intervento per la sicurezza informatica in caso d’incidenti (CSIRT), che si occupino di trattare incidenti e rischi, discutere sulle problematiche di sicurezza transfrontaliera e identificare risposte coordinate. La direttiva sulla sicurezza delle reti e dei sistemi informativi (NIS) sarà presto pubblicata sulla Gazzetta ufficiale dell’UE ed entrerà in vigore il ventesimo giorno successivo alla sua pubblicazione. Gli Stati membri avranno poi 21 mesi di tempo per recepire la direttiva negli ordinamenti nazionali e sei mesi supplementari per identificare gli operatori dei servizi essenziali.